mercoledì 11 maggio 2016

E se per caso un viandante mi chiedesse...

«Dove stai andando?». «A casa», risponderei. «No, davvero», insisterebbe, «dove stai andando?».
Una domanda del genere mi fa pensare a quella volta che un signore, non saprei descriverlo, mi regalò una caramella alla fermata del bus (ah, direte, prima regola: non accettare cose dagli sconosciuti; una caramella poi!). Invece, accettai e rimasi ad ascoltare (non avevo dove andare prima dell’arrivo del bus) ciò che aveva da dirmi questo estraneo.
Come fosse un oracolo pronto a darmi tutte le risposte che cercavo, mi disse con sicurezza: «Sai, tu sembri proprio una a cui piace lottare, una tipa forte. Forse, non vincerai, perché hai bisogno più di battaglie che di vincite. Non sei bella ma sei un tipo, quel tipo che con la testa e con lo sguardo può incantare chi vuole, se lo vuole. Hai un gran potere sulle persone: fanne buon uso».
Ero giunta alla mia fermata. Scesi chiedendomi se ci fosse qualcosa di vero in quello che mi era accaduto poco prima. Frastornata, mi incamminai verso casa, mentre le mie mani continuavano a giocherellare con quella caramella all'arancia finita giù nella mia tasca.
Era un bel giorno. Avevo sbagliato direzione, ma non mi importava. Avevo scelto di andare comunque. Forse, avrei impiegato più tempo, ma a casa sarei arrivata lo stesso. 

Brescia
Post scritto qualche anno fa, oggi recuperato.

giovedì 21 aprile 2016

Naufraga Felice #ioho20anni


Ho 20 anni quando ascolto la musica e mi lascio trascinare da una spirale di emozioni: chiudo gli occhi e mi rivedo nel finale di Flashdance. Ho 20 anni quando guardo il mare inebriata come chi ha atteso profondamente quell'incontro, così agognato come l’estate. Ho 20 anni ogni volta che piove e mi viene voglia di sentire mia madre e chiacchierare con lei. Ho 20 anni ogni volta che vedo riflesso il mio viso nella vetrina di un negozio e mi chiedo il tragitto di pensieri percorso fin lì. Mi sono persa, di nuovo - mi dico. E con la stessa voglia di ritrovarmi preparo a memoria la valigia, dimentico qualcosa, e riabbraccio quell'orizzonte aperto che tanto mi era mancato.
Ho ancora 20 anni perché quando sento un nodo allo stomaco per la paura di sbagliare, soggiunge la parola che cercavo. Avrò sempre 20 anni, quando mi capiterà di naufragare su un’isola deserta, ma con la certezza ristoratrice di aver accolto quell'invito ad andare.

Scritto per IoDonna, Corriere della Sera. #ioho20anni

sabato 20 febbraio 2016

Tornare indietro per passare avanti


Crisi esistenziali, prima o poi arrivano. E ritornano. Quando la sera poggi la testa sul cuscino, la tua mente fatica ad acquietarsi, e non perché il giorno dopo ti aspetta l'ennesimo esame, ma perché una domanda senza risposta rimbomba nella tua testa: «E dopo?». 

Ad un certo punto, alla soglia dei 25 anni, la vita comincia a farsi piena di scadenze, di appunti, di impegni e di scelte che non puoi più rimandare. Il tempo improvvisamente sembra passare dalla parte opposta: non ti accompagna più, ma ti rema quasi contro. Almeno, così sembrerebbe. 
Quella valigia che portavi sempre con te piena di sogni, di vorrei, di ambizioni e di brillanti prospettive comincia a caricarsi di paure e di angosce che ti portano a cercare su Google consigli su come affrontare lo stress. Che tristezza, anzi, che stress! Un aperitivo in meno, una tasca sempre più leggera e una coscienza sempre più pesante. Cominci a fare i conti diversamente con te stesso e con gli altri.  Poi ti fermi e ti accorgi che in realtà te l’eri immaginato tutto diverso: una scala, una lunga grandinata fatta di tappe, di età, di emozioni e di persone belle e brutte. Ti accorgi di non essere riuscito a rispettare quel programma e, senza accorgertene, hai scelto cose, posti e persone che incontravi sulla tua strada e hai smesso di scegliere posti e persone che non si trovavano più su quella stessa corsia. 

Per tanti motivi, vuoi i più nobili o i più cinici, ma forse più per orgoglio e per convinzione, decidi di non tornare indietro. Invece, accade esattamente il contrario. 
Eppure, un tornar indietro equivale mai alle stesse cose, persone, situazioni che abbiamo lasciato prima? O si tratta di un tornare indietro per passare avanti, per chiudere dei conti lasciati in sospeso, o ancora per ritrovare se stessi senza gli altri o per ritrovare gli altri con (o senza?) se stessi. 
Sono dell’idea che come la storia non sia sempre, ahinoi, un progresso, anche la vita, allo stesso modo, non segua nessuna scaletta, nessun programma, alla faccia di qualunque previsione. Chi non ha sentito raccontare, magari lo ha vissuto sulla propria pelle, di quel qualcosa come "caduto dal cielo"? E se, invece, non avessimo letto bene le carte in tavola? Forse, è l'istinto che a volte ne sa più di noi e della nostra agenda 2016, e ci porta fin lì, in quel fatidico “posto e momento giusto”. Così, l’hardware parte da solo e ci stupisce, perché al momento non lo si comprende, ma col tempo, santa pazienza, si fa sentire, si rivela a chi presta ascolto.

Mi piace pensare che viaggiando con la mente ogni mattina sulla strada che porta alla mia destinazione, cambio continuamente percorso: divento un architetto, un informatico e anche uno stilista. Poi arrivo ed eccomi alla mia scrivania, ma niente mi impedisce di continuare a sognare al mio ritorno e migliorare con l'immaginazione le cose che faccio, le persone che incontro, il modo di pensare e, chissà, anche di essere. A volte, credo di fare un po’ di confusione, ma era proprio questo il mio obiettivo, perché nulla resti com'è e perché quel cortile che intravedo appena ogni mattina, un giorno, mi si riveli in una tutta la sua sfolgorante bellezza. Intanto, però, immagino, sogno e progetto. Alla fine non so cosa ne verrà fuori e anche se da un lato mi spaventa, dall'altro non vedo l’ora di scoprirlo. Anche se fosse un tornare indietro, ma sempre e comunque per andare avanti.


Sulla strada verso.


giovedì 11 febbraio 2016

«Fai ciò che ti senti»: facile a dirsi. O no?

Ci sono supereroi che riescono dove o quando non credeva nessuno e ci sono supereroi che riescono a mettere in piedi quel progetto che da tempo si erano prefissati. 
Ci sono anche potenziali eroi che si fermano a pensare e pian piano il mondo sembra sgretolarsi sotto ai loro piedi. Non possono passare dalla parte del cattivo: anche questo richiederebbe una scelta non di poco conto. 
E allora che fare? Temporeggiare. Occupare la mente con altro, o spegnerla temporaneamente con quel reality demente che danno in TV, comodamente e facilmente, senza dovere rischiare troppo. 

Poi ci siamo noi. Dall'altra parte della strada, riflessi su uno schermo spento, in una pozzanghera quasi asciutta, in una finestra scheggiata. Siamo passati per caso, per un attimo e subito siamo fuggiti. 
Può essere esplicativo il gesto tra chi porta gli occhiali di toglierli nel momento in cui si è stanchi, si è stufi o nel momento in cui, su di un piano vicino di supporto, si lasciano o si scaricano le proprie responsabilità. 

Allora, riprendiamo il calendario e ricominciamo a guardare i giorni per quello che sono. Così senza farci inghiottire da questi, ogni giorno diviene importante e perché lo sia deve esserlo per noi e per gli altri, riconosciuto sempre come tale. Senza ripensamenti, senza troppi rancori e a volte senza neanche pensarci troppo, dove il troppo forse non sussiste nemmeno. 

“Fai ciò che ti senti”: facile a dirsi. Sentiamo lo stomaco agitarsi, il petto scalpitare, la mente prenderci in giro con intricati ragionamenti che non portano da nessuna parte. Come interpretare tutto questo? Forse neanche un esperto di semiotica potrebbe venirci in aiuto per dare una spiegazione valida ai nostri segni. A volte, anche i sogni ne sanno più di noi e nella parte incosciente abbiamo già deciso. Così parte la fase due, dopo l’incoraggiamento e l’aver chiesto il parere un po’ di tutti, l’aver ricevuto critiche e incitamenti, ingraniamo la seconda. Si parte seguendo una direzione e ogni parte di noi comincia a trepidare: mente e cuore per la prima volta sembrano prendersi a braccetto. Finalmente, prendiamo alla lettera il suggerimento “fai ciò che ti senti”. E quello che sentivamo era semplicemente una stessa voce detta in coro dal nostro corpo, ma su scale diverse: muoviti e costruisci la tua strada. 

P. S. Scritto durante una dura e frenetica sessione d'Esame. 

sabato 21 marzo 2015

Scatole semiaperte: quali prospettive?


Quando creo una lista di voci, mi capita spesso di dimenticarne l’ultima, magari la più importante. Forse, perché sono tipo da “faccio la lista della spesa, ma poi non la guardo”, perché non ho una buona memoria, oppure, perché non mi piace attenermi a delle definizioni. E la storia finisce sempre così: se ero andata al supermercato per prendere il caffè, l’unica cosa che non comprerò sarà proprio quella. E addio buongiorno.

Spesso ci diciamo che è necessario stilare una scaletta, avere una linea guida da seguire, fissare bene un obiettivo, insomma, una traccia da seguire per non andare fuori tema. Eppure, quante volte ci hanno dato delle indicazioni e poi ci siamo persi? Quante volte ci siamo lasciati prendere troppo da quel “programma” che diventava solo fonte di frustrazione, perché ogni giorno ci portava sempre più lontani, sempre più distanti da “come lo avevamo immaginato”. Mentre si è in viaggio, si è chiamati a prestare occhio alla meta, sempre che quel viaggio si sia veramente intrapreso. Proprio sul significato del viaggio se ne dicono tante, metaforicamente e non, tante definizioni quante sono le prospettive, ed è proprio questo a metterci spesso in crisi: avere una prospettiva chiara e magari precisa. Ma chi l’ha detto che deve essere solo uno, un solo buon motivo che ci catapulta giù dal letto ogni mattina? 

Intanto, vittime o no del tempo, ci aggiriamo come scatole semiaperte, come coloro che vivono alla ricerca del proprio io e desiderosi di scoprire il percorso giusto che da A porta a B, ma questo è compito della logica, come diceva una Mente. Nella vita è l’immaginazione a far spesso da padrona, anche se non ce ne accorgiamo. Ci trascina ovunque, divisi tra paura e voglia di scoprire. E nonostante tutto, non smettiamo di sperare, di aspettare, di inventare nuove scelte e nuove prospettive, più o meno consapevolmente: perché in fin dei conti saremo pure delle semplici scatole, ma siamo anche semiaperte.


"Logic will get you from A to B. Imagination will take you everywhere." - Albert Einstein

Photo by L.G. on Instagram  

martedì 7 ottobre 2014

E chi ci dice che non accadrà?


Non possiamo voltarci indietro. Non sempre. 
Possiamo stare fermi però e ripensare, ripensare se la scelta è giusta o la migliore, se ne vale la pena o se poi ce ne pentiremo. Ma nessuna sfera magica è ancora in nostro possesso per rivelarci se quel "se" o quel "chissà" diverrà un "assolutamente". C'è chi in questa possibilità vede l'insicurezza e la continua instabilità che rende vulnerabili e a volte irascibili: nessuna certezza tra le mani. C'è chi, invece, vede in questo la forza di crederci, la speranza o la possibilità che sarà così come lo immaginiamo, perché come il protagonista di un mio caro telefilm recitava: "E chi dice che non accadrà, chi può dirmi che le mie fantasie non si avvereranno, almeno questa volta?".

Mi piace credere che niente possa fermarci, se non la nostra convinzione, che se poi il vento soffiasse dalla nostra parte non guasterebbe affatto. Ma il punto è: chi può dirci che non stiamo sbagliando? E allora, ritorniamo al fatto che non importa il traguardo, quanto ciò che proviamo durante la corsa. 
Ho ancora un ricordo vivido della mia ultima gara: era l'ultimo giro, convinta che avrei mantenuto la mia posizione e non vedendo nessuno dietro di me, rallentai, sentii l'affanno, e sentii tre persone che in un attimo mi si misero avanti e che non vidi più. Un attimo. Tre persone. Non dimenticherò mai quel momento: da dove erano spuntate? Perché avevo "mollato" proprio in quel momento? Dopo anni lo ricordo come se fosse ieri, ma della corsa ricordo solo quel momento.
Non ci fa stare bene chiedersi "se avessi" o "chissà", tuttavia, la nostra mente non fa fatica a parare lì, ed eccoci nella stanza dei rimpianti. Dopotutto, meglio le batoste che i rimpianti. Meglio ripetersi che "nonostante tutto" siamo qui, cercando di non mollare neanche un attimo, di non abbassare l'attenzione, lasciando uno spiraglio di luce in ogni caso.

Ho imparato a non escludere nulla, né vittorie, né sconfitte. Sto cercando di imparare a non abbassare la guardia e a mantenere lo sguardo ampio, sveglio e attento, cercando di non guardare ai riflessi degli altri, ma di ascoltare quella musica che mi aiuta a non voltarmi indietro, e a chiedermi ancora una volta: chi dice che non accadrà? ;) 

#sicilianaintrasferta

Cit. Serie Tv "Scrubs" ; "Fai bei Sogni" di Massimo Gramellini 

sabato 12 aprile 2014

Giornata No? Bisogna aver pazienza, finché non torna il Sole

Ho letto e sentito dire spesso che sono i giorni brutti a farti apprezzare quelli belli. Se ci fosse sempre sole, chi direbbe "guarda che bel sole è spuntato oggi"?. Eppure, quando capitano di quelle giornate in cui  si fonde il cellulare, piove e hai lasciato a casa l'ombrello (o peggio, chissà dove), è quasi impossibile mantenere la calma e non pensare che tutto vada storto! Basta, è ora di distendersi su un letto, anche per non combinare altri guai, e respirare. Quando, ad esempio, dimentichi tutto, presa dal ritmo stressante delle giornate, potrebbe anche trattarsi di un'autodifesa del corpo: avresti bisogno di far spazio nella mente, ai pensieri veri e non a quelli che frustrano la mente fino al collasso...tanto da ritrovarti a far quello che dovresti fare per concentrarti sulle cose veramente importanti: dimenticare. E invece, dimentichi le cose sbagliate, come il portafoglio a casa che tragicomicamente ritrovi nel frigo, ma il segnale vuole essere quello...! 
Poi, pian piano, le cose si aggiustano e sembrano lentamente ritornare al "loro" posto o dove non immaginavi neanche, e cominci a sentirti più "leggera". Forse, accade quando smetti di lamentarti e di farti pesare tutto, giustificandolo come un periodo NO. In realtà, è un momento no che ti metterà alla prova, che dirà ogni volta chi sei e che ti spingerà da qualche parte, perché ferma non puoi stare, non vuoi stare. In fin dei conti, è come se avessi un computer senza internet, sembra che serva a poco, e allora devi accendere la chiavetta e aprire la tua finestra sul mondo per andare da qualche parte. E non finisce qui: adesso sta a te, se guardare la casa di fronte e fissarti su un altro limite, o guardare lontano ed esclamare: guarda che bel sole c'è oggi!