lunedì 4 febbraio 2013

Petrarca e la "coscienza moderna"



Modernità è il cambiamento rispetto a un prima e, per certi versi, una rivoluzione. Così è avvenuto, forse inconsapevolmente, con Francesco Petrarca. Questo grande autore, infatti, inizialmente pensa di ottenere fama dalle sue opere in lingua latina e mai avrebbe pensato che a renderlo amato da generazioni di scrittori e studiosi sarebbero state le sue  poesie “leggere”, scritte in volgare. Fino ad oggi resiste la considerazione che con Petrarca si identifichi la stessa poesia lirica, ovvero la poesia dell’io. Nasce di conseguenza l‘opinione pubblica che le parole utilizzate da Petrarca nei suoi componimenti siano poetiche, nonostante tanti episodi del ‘900 riportino anche parole del parlato, come la "saracinesca" in Umberto Saba o la "petroliera" in Eugenio Montale. 

Petrarca ha una funzione centrale per quella che oggi noi definiamo coscienza moderna. Fino a Dante l’uomo era concepito come un essere integro, uno, che poteva ricoprire il ruolo del buono o del cattivo. Perciò la coscienza era vista come un organo unitario, guidato dalla volontà e dalle scelte morali. Con Petrarca la coscienza si presenta completamente all’opposto: lacerata, problematica, ambivalente. Un vero terremoto dentro la coscienza che adesso fa sì che l’uomo non sia o buono o cattivo, ma contemporaneamente buono e cattivo. La novità sta nell’essere consapevole di ciò che è bene e di ciò che è male, come l’amore peccaminoso per Laura nel caso del poeta. Eppure, si è incapaci di comandare ai desideri profondi, si scopre che esiste una dimensione del desiderio che può sfuggire alle leggi etiche.

La coscienza con Petrarca non conosce l’unita di cui Dante aveva parlato, non più una coscienza sottomessa alla ragione, alla saggezza, adesso ci sono quelle passioni che permettono di volere e non volere lo stesso oggetto. La coscienza di Petrarca conosce il meglio, ma sceglie il peggio, come riporta un suo verso famoso (Veggio 'l meglio ed al peggior m'appiglioSonetto XVII). Petrarca sta già parlando di quella psiche, di quell’interiorità che sarebbe stata ridefinita molti secoli dopo, ma già adesso ne vengono sottolineati i suoi caratteri conflittuali. Una vera guerra dentro l’Io, un’anima frammentata che si riflette nei suoi versi, in quelle rime che egli stesso definisce sparse o fragmenta, pur consapevole dell’organicità della sua opera. 

Nel suo capolavoro, il Canzoniere, vige quel sogno dantesco, medievale, di creare un’opera organica che riesca a reintegrare non solo i frammenti dell’opera, ma anche i frammenti della sua anima. Dietro, infatti, questo suo lavoro unitario si cela quell’introspezione personale a testimonianza della sua esperienza di uomo, amante e poeta. Un’esperienza che vorrebbe far capire al poeta l’origine di sé, la sua vera identità, ciò che lui desidera veramente. Un tema fortemente autobiografico che percorre l’intera opera, in un continuo ridefinire e riorganizzare la sua identità attraverso il racconto autobiografico. Un racconto che più che mai si presenta vicino alla condizione dell’uomo di oggi o di domani, con la consapevolezza di vivere questa frammentarietà ogni giorno.

Per il poeta l’uomo vive un'ulteriore tensione: tra il passato perduto e il passato fatto di esperienze: come quando Petrarca percepisce i luoghi di presenza di Laura e i luoghi ora deserti dove lei non c’è più. Ed ecco che la vita subisce l’effetto della perdita, della ferita e del vuoto lasciato dal tempo. Un senso di perdita temporale che si unisce alla sconfitta che l’intellettuale come Petrarca e l’artista in generale si trova a vivere. 

Oggi più che mai. possiamo sentire vicino a noi il poeta e la sua poesia, perché allo stesso modo spesso sentiamo su di noi il peso della disillusione, della frammentarietà interiore, vissuta in un continuo conflitto con noi stessi e con il mondo. Come per Petrarca, l’amore per Laura rappresentava un impedimento per arrivare a Dio, oggi nella realtà tutto può sembrare un ostacolo nel raggiungimento della salvezza, che sia la piena fede o semplicemente la serenità.

Lucia G. 

Radici Profonde



Siamo forse il posto da cui veniamo?

Ci sono persone che le rinnegano, che non sentono il bisogno di averle o che soffrono perché non sanno quali siano le loro precisamente. D’altro canto e per la maggiore, invece, c’è chi ne parla come se fossero tutta la vita, diventano per loro quasi un’ossessione o magari un “sogno”, dove tornare da pensionato. E se le radici di una persona dicono veramente chi è, perché a volte sentiamo il bisogno di fuggire da queste, mentre in altre, causa forza maggiore, non vediamo l’ora di riconciliarci con esse? 

Forse, andiamo via da quella Nostra terra che ci ha dato i Natali solo perché ne abbiamo la libera possibilità e allora vogliamo semplicemente goderne. Mi spiego: come nella favola della volpe che non arriva all’uva e si difende, dicendo che tanto l’uva non era matura; noi al contrario possiamo arrivarci benissimo ma non sapendo cosa troveremo. Allora, dopotutto, se si può, perché non rischiare? Certo, poi tutto dipende dal carattere di ciascuno: c’è chi è portato a tagliare subito il cordone ombelicale, c’è chi invece ha quasi paura di uscire dal proprio nido… ma questo cambia da persona a persona, da cultura a cultura. Ebbene, perché andare via per poi non vedere l’ora di tornare? Questa domanda, apparentemente scontata o retorica, tocca invece diversi argomenti e cunicoli profondi: dall’emigrato che va via per cercare lavoro, dal giovane che parte per cercare fortuna, per coltivare una passione, un interesse o per inseguire un Amore.
Eppure, con i piedi in avanti, molto spesso volgiamo quella testa all’indietro chiedendoci: ho fatto la cosa giusta ad andarmene? A casa sarei sempre stato qualcuno: ero figlio di… e fratello di… qui in un altro mondo, non sono più nessuno, forse non sono più nemmeno io. Devo ricominciare tutto da capo.       
                                
Per alcuni diventa proprio questo l’obiettivo: tagliare con il passato e cambiare, essere qualcun altro. Eppure, riflettendoci non è mai così, antropologicamente parlando, noi siamo le persone che abbiamo conosciuto nella nostra vita, siamo le esperienze che abbiamo vissuto, siamo pure i posti che abbiamo visitato e ci hanno lasciato una traccia da seguire, perché consona con i nostri desideri più profondi. 
Piano piano cresce un rimpianto, una nostalgia che non è legata solo alle persone che abbiamo lasciato, ma tanto di più e tramite loro, è legata al posto, a quella mitica terra. Mitica perché una volta andati via, la si inizia a mitizzare: speri non sia cambiato nulla, poi torni, finalmente, e ti accorgi con tua grande delusione che effettivamente nulla è cambiato. Tutto di te, però, non è rimasto al suo posto.
Ed ecco che riparte quella voglia: “Via da qui, per poi essere lontano, lontani e avere di nuovo la voglia e il bisogno di tornare”. Per riconciliarsi con gli altri, con se stessi e con quella terra che rimproveriamo direttamente e che indirettamente vantiamo sempre, con la mente e col cuore, sperando intimamente non cambi mai. Perché le radici, come tutti sanno, per crescere e dar frutto, devono esser salde, forti e ogni tanto, ripeto almeno ogni tanto, curate. E invece rimangono profonde, dove nessuno li vede o pensa di non vederle o che addirittura si convince non ci siano, ma è grazie a loro se stiamo in piedi, se siamo quello che siamo, se tutto sommato, noi esistiamo. 

Lucia G.