lunedì 22 aprile 2013

Un passo indietro: Napolitano si dimette per rimanere

E' di oggi la notizia delle dimissioni di Napolitano. Anche Benedetto XVI si era dimesso intorno all'ora di pranzo. Il primo non per sua volontà, ma perché costretto, nonostante la sua età, la sua stanchezza e il suo mandato costituzionalmente concluso, a dover rimanere. Dimessosi per rimanere: la questione chiaramente non è così semplice.  Il Papa emerito con lo stupore di tanti aveva deciso di lasciare  per mancanza di "vigore fisico e spirituale".  E' una bella contraddizione che balza alla mente di tutti. Un passo indietro però non so quante speranze dia. 

Non aver avuto il coraggio di fare scelte o, come tanti inveiscono, aver avuto il coraggio di pensare a una mossa, a una strategia in una situazione del genere, non offre un sospiro di sollievo.  I vincitori non siamo noi, purtroppo. Noi siamo e rimaniamo a lungo "voci fuori dal microfono" perché la luce non è puntata su di noi, mentre la sedia traballa e il tetto di casa nostra perde acqua, non riusciamo a occuparci anche di questo. In politica oggi sembra che di soluzioni non ne voglia trovare nessuno, le critiche costruttive non esistono più, l'unica risposta sembra andare via ma non per fare spazio al nuovo, ma  per trovare consolazione nel "vecchio, buono e per lo meno conosciuto". 
Da giù, se alziamo gli occhi per un istante, vediamo un cielo grigio che promette temporale, e che la perturbazione possa passare presto non è prevedibile. I risvolti sono diversi: o il nostro Capo dello Stato decide per una "nuova" rotta a cui tutti dovranno dire sì, anche se lascia scontento qualcuno, oppure si torna al voto, forse a giugno. E allora sarà estate, ma non veramente. La pioggia continuerà a cadere. 

Dal di fuori,  il mondo ci vede come le vittime di una burrasca con una bussola scottante che salta dalle mani di uno all'altro.
La Bbc racconta: “Nella crescente disperazione, si sono rivolti all’uomo che avrebbe dovuto andare in pensione”.
Il “naufragio della politica”: Le Monde legge così la rielezione di Napolitano, al di là dei giudizi, in genere positivi, sul capo dello Stato uscente e subentrante. E ancora, il New York Times vede come “una speranza” una grande coalizione tra destra e sinistra, di fronte al “crescente caos politico” italiano.


Larghe intese, inciuci, incontri e retromarce. Forse loro, dall'estero, ci "vedono" meglio e ci capiscono di più. Sarebbe più facile, in effetti, andare via piuttosto che rimanere a parlare di rinnovamento e aspettare che qualcuno lecchi le ferite e metta il gesso attorno alle rotture.

E' in atto una rivoluzione politica e sociale, come in una spirale, ormai ci siamo dentro anche noi giovani, con tutti i nostri sogni e piccoli progetti. E per adesso, almeno io,  non mi "dimetto".



martedì 16 aprile 2013

Il profumo del pane fatto in casa

Anche oggi mi chiederanno se ho delle buone notizie da raccontare, ma soprattutto oggi, avrei fatto una brutta smorfia per dire ancora "no". Eppure, una notizia sfugge alle pagine dei giornali, anzi corre subito giù e si stempera con facilità. Non si parla tanto di ricette culinarie, ma di ricette per lo stile di vita quotidiano. E il pane fatto in casa, preparato come detta la "casa", torna ad allietare le abitazioni, a giovarsi dei forni casalinghi e a rendere tutto più "leggero".

Come riportavo qualche giorno fa in un altro post, la spesa degli italiani,  anche quella alimentare ha subito un brusco calo, ma quella dei beni primari come farina, uova e burro salgono e non di poco. Ecco che la gente si tira su le maniche e stende la pasta, o chiede alla nonna o la cerca su google, la ricetta del pane torna di moda. Ma non è solo una tendenza. Ritorna ad essere un rituale e un'abitudine di famiglia.
Notizia "buone" allora. Gli italiani contrastano la crisi con il pane preparato in casa e lo fanno con gusto anche. La fantasia e la creatività unita anche al risparmio adesso.

Qualcuno guarda così al portafoglio e alla salute: conti alla mano, parrebbe che farsi il pane permette di risparmiare fino al 310% e garantisce la certezza di ingredienti genuini. Altrettanto di sicuro è dimostrato che il pane casereccio dura, se ben conservato, fino a una settimana.

Il pane costa a Milano più che a Napoli, ma anche al mio paesino (4.ooo abitanti) il prezzo è fermo a 2€, mica poco. Scelta intelligente, quindi. Pochi ne parlano, o almeno se lo fanno, è in negativo. Un passo indietro, ma in bene. Dove la terra era un tesoro, quando lavorarla portava molto frutto e tanti benefici. Oggi più che mai. Alla ricerca di un pezzettino di terra, di prodotti a chilometri zero, perché la genuinità poi, dopo tutto, manca, ci manca.
I programmi di cucina in TV vanno alla grande, godono di un pubblico eterogeneo, nascono siti che propongono ricette veloci e saporite agli studenti universitari. Semplicità di gusti e di costi. Queste le parole d'ordine che mettono nell'aria una nota in accordo con il resto della pagina musicale che appartiene agli italiani di oggi.

Tornare a casa e sentire il profumo del pane appena sfornato, unito al piacere di farlo con le proprie mani. Dev'essere una bella soddisfazione. E' una ricetta che si eredita o che si impara dalla "nonna",  riscoprendo il sapore delle cose fatte in casa.



mercoledì 10 aprile 2013

A.A.A Cercasi Governo, non uno qualsiasi



Sempre più entrate e meno uscite. Sempre più pubblicità di prestiti e risparmi, ma chi può riceverli e farli veramente, sono in pochi. E in più, chiedendoci:  "Chi gestisce i tuoi risparmi, fa anche i tuoi interessi?".
Ci vogliono garanzie. Quelle che solo alcuni hanno.
Ogni giorno si aggiunge una nota stonata alla “rubrica” quotidiana dedicata alla crisi. Crolla il potere d’acquisto, la possibilità di risparmiare è quasi nulla, secondo i dati arrivati dall’Istat. In molti tirano avanti grazie anche ai risparmi accumulati negli anni e i conti luccicano, ma in rosso. 

Tenendo conto dell'inflazione, il potere di acquisto delle famiglie è sceso, infatti, del 4,8%. La caduta risulta essere la peggiore variazione annua da quando è disponibile il dato, ovvero dal 1990.  La disoccupazione in Europa ed in Italia ha raggiunto davvero livelli impressionanti. Dopo la fase finanziaria si è passati a quella economica ed ora siamo a quella sociale senza che le due precedenti siano state risolte. L'ultima fase, che speriamo non si verifichi mai, potrebbe essere una crisi istituzionale dell'Unione Europea e di qualche suo Stato membro tra cui l'Italia che in questo periodo vive una situazione molto difficile. Previsioni che fanno prospettare rivoluzioni , con tanto di periodi “bui”. 

L'Italia non può permettersi che siano vanificati i grandi sacrifici fatti, ha urgente bisogno di autorevoli vertici istituzionali, che possano agire in maniera celere per evitare che un'attesa prolungata possa nuocere alla credibilità internazionale e innescare una nuova fase di crisi dell'intera area dell'euro.

Una cosa, che agli occhi di esperti e gente comune risulta inaccettabile, è che di fronte a questa situazione l'impostazione ufficiale delle istituzioni Ue continui ad essere solo quella del rigore fiscale che, associato alle riforme strutturali, dovrebbe rilanciare, ad un anno futuro imprecisato, la crescita e l'occupazione. Non c'è dubbio che in molti Paesi (tra cui, ma non solo, l'Italia) le riforme siano necessarie ma la loro attuazione in recessione diventa molto, troppo, difficile. La Ue dovrebbe perciò favorire subito alcuni progetti selezionati tra quelli inclusi nei due grandi programmi poliennali (Connecting Europe Facility ed Europa 2020) di più rapida esecutività per rilanciare la crescita e l'occupazione, per valorizzare di più l'industria e le imprese potenziando ulteriormente la Bei (la Banca Europea per gli investimenti).

Tutto ciò richiede una pressione politica sulla Ue nella quale anche le Associazioni di imprese e sindacali dovrebbero svolgere un’azione costante sia direttamente che indirettamente attraverso il Parlamento europeo e i Governi nazionali. 

E tutto quello che gli italiani chiedono, è un Governo, ma non uno qualunque, ma uno con idee e obiettivi chiari che salvi l’Italia e gli italiani, presto. 


Dati tratti da: Sole240re, Istat 

lunedì 8 aprile 2013

Gli Italiani scappano dalla crisi

Sembra essere tornati indietro nel tempo. L'italiano medio non si trova più,  perché  fa le valigie e lascia la sua amata patria. Gli italiani scappano via dalla crisi scegliendo di nuovo l'estero. Un numero esorbitante: nel 2012 a lasciare il BelPaese sono stati, infatti, 78.941. Sono uomini, trentenni e lombardi. Un fenomeno in controtendenza se pensiamo che in passato erano soprattutto del Mezzogiorno, oggi, invece, sono per lo più lombardi, seguiti dai veneti.  Vediamo nello specifico.
Si tratta di un incremento che non si registrava dal 2008. A emigrare sono soprattutto gli uomini: 56% contro il 44% delle donne. Decidono di espatriare i giovani, e forse a causa dei livelli di disoccupazione, sono soprattutto i trentenni ad andarsene: 20.650 espatri contro i 14.785 degli under 30.
Gran parte di chi se ne va rimane in Europa. Meta preferita, la Germania, scelta da più di 10 mila persone, di cui oltre la metà giovani; a seguire, Svizzera, Gran Bretagna e Francia. 
Ma c'è anche chi decide di lasciare il vecchio continente e, seguendo le rotte delle migrazioni ottocentesche o del Secondo Dopoguerra, sceglie l'America: Argentina, Usa e Brasile i paesi più scelti.

Perché? Facile: lavoro, possibilità, speranze, sogni. Meritocrazia che qui in Italia sembra aver perso ogni significato valoriale. Maggiori possibilità di poter realizzare ciò in cui si crede, senza correre il rischio di essere sfruttato. La voglia e il tempo di sognare: oggi sembra uno spreco. Non puoi permettertelo. 
Mi torna all'orecchio una canzone di qualche anno fa: "Ci sono cose che nessuno ti dirà, ci sono cose che nessuno ha detto mai...". Oggi le cose si sanno, ma come in un piccolo paesino di provincia si fa finta di non sentire o si ha quasi compiacimento nel non ascoltare più gli altri. Anche perché fa male. 
Rimane solo un rumore in sottofondo. Valigie che partono e ritornano solo a Natale. Una lacrima per gli affetti lontani e la terra che si lascia sotto ai piedi. Tanta amarezza. Ma la certezza, per il momento, di aver fatto la scelta giusta...



*Dati forniti dall Aire (Anagrafe della popolazione italiana residente all'estero)


mercoledì 3 aprile 2013

"Stallo": è la parola del mese

Quirinale: si vota il 18 Aprile. Siti online di giornali nazionali chiedono a noi lettori: "Chi vuoi al Quirinale?". 
E si apre di seguito una sfilza di nomi, alcuni forse, improponibili, altri meno. (vedi per es. Corriere.it)
"Vota il tuo presidente", dice l'intestazione.
 La cosa, probabilmente, fa riflettere da sé. Già mesi fa ci eravamo chiesti chi votare, senza avere alternative valide, credibili, che ci dessero una boccata d'aria, un sollievo, piccolo ma tale. Ed eccoci oggi a parlare di "stallo". Eh già. Sembra che "spread" per un po' si sia messo da parte per far spazio a questa "nuova" parola...
Quindi: tanti problemi, tanti soldi, tante chiacchiere e ora ci ritroviamo a parlare di immobilismo e di "perder tempo". Ognuno a modo suo si dice dinamico, proponendo un nome, non proponendone nessuno, certo perché anche "il non fare" è già qualcosa.Vale il principo anche in politica, oggi?
Stamane ha chiuso battenti pure il ristorante al Senato e ci sono a  rischio 19 posti lavoro e lo stomaco dei nostri senatori. A volte mi chiedo con che pensiero vadano a letto la sera, pensando a cosa mettersi l'indomani o a cosa dire (o non dire ai giornalisti), ma sinceramente non ne ho la più pallida idea. Sono uomini come noi, ma sono esponenti della pubblica amministrazione, votati da noi, eletti per noi e per loro. 
Ma forse questa gerarchia oggi si è rovesciata, ma non per tutti spero. 

Il presidente Napolitano piaceva molto l'anno scorso alla mia vicina di casa, ma adesso mi ripete "che non ha fatto niente". Crozza si è "divertito" a scherzare sul dubbio di Napolitano, sui dubbi che, forse, lo hanno indotto a prendere decisioni affrettate e palesemente inadeguate. Oppure, si è trattato del "meno peggio". Come se ci fosse solo e soltanto il meno peggio (e il "meglio" deve ancora venire....).
Sarà pur vero che "Dubito ergo sum", ma se il Capo dello Stato ora non ha più neanche la certezza di esserci, siamo proprio allo sbaraglio.

Il sistema politico sembra esausto, gli elettori lo sono e in tanti ci chiediamo: chi voglio come Presidente? Siamo divisi, siamo aperti a nuove soluzioni e magari, come lo è stato per Camera e Senato, rimarremo sorpresi, in bene spero. E la parola "stallo" non sarà più di moda, ma lo saranno: "sviluppo, crescita, progresso", finalmente.






Articolo correlato: Colle: Elezioni a partire dal 18 Aprile
di Lucia Geremia





venerdì 29 marzo 2013

Francesco: Il Papa venuto al centro del mondo


Francesco: un nome, una garanzia. Non è uno slogan, è l'opinione pubblica. Che il nuovo papa stia dando buoni segni è incontrovertibile. Giornali, TV e i tanto adorati "salottini" non fanno che parlare dei suoi gesti, delle sue ultime parole, dimostrando stima e ammirazione. Sono emerse anche "cattive voci", su di un passato buio, ma le difese si sono aizzate subito contro, scaraventando le critiche al nuovo vescovo di Roma da dove erano venute, lontano. Si è parlato anche di una certa "demagogia" a mo' di un politico dei nostri giorni, con la sua dialettica, le sue "strategie", un'azione che perde di autorità, ma guadagna di facciata. In ogni caso, Papa Francesco promette bene in questi giorni: e questo è un dato di fatto.
Un' ulteriore conferma mi è stata data da un'amica che non aveva mai parlato (bene) della chiesa e  pochi giorni fa, invece, si è spesa in tanti elogi per il nuovo Papa. Mi ha stupito.
Forse perché ad oggi siamo così stanchi delle chiacchiere, delle parole anche le più belle, che solo il gesto di Non mettere quelle scarpe, ma altre, anzi le sue di sempre, sorprende. Poi ne sono arrivati altri di gesti significativi e viene da dire: "Ma è così che deve essere!". 
E se da un lato ci si congratula con la scelta del Conclave, dall'altro si nutre un certo timore. Per quell'uomo e per quello che per molti ora rappresenta.
Era ormai noto che anche l'Impero Vaticano fosse in crisi: crisi di persone e soprattutto di valori. Una chiesa amorale è meno peggio di una Chiesa immorale, laddove sbaglia e occulta con un velo impietoso lo sbaglio commesso. Oggi, sembra sia tornata la luce, per qualcuno accecante e anche questa celante di un "qualcosa", per altri è la luce della speranza. Perché alla fine, vuoi o non vuoi, ci fa bene vedere del buono nelle cose, anche se facciamo fatica a crederci.  Perchè forse, anche solo una rondine può far primavera, se le altre scelgono di seguirla.

Sono le 19.05. Il bus è fermo nel traffico, una chiamata al cellulare: "La fumata è bianca!". Non credevamo che proprio quella sera, avremmo assistito a un momento storico. Ancora adesso ho impressa l'immagine della gente (compresa io) che corre nel viale, tra le auto, tra i motorini. Il ricordo di quel momento veloce, bagnato dalla pioggia, bizzarro e straordinario l'ho accomunato a un momento "tragico" in cui la gente fugge da qualcosa, si appresta a sopravvivere, ma in questo caso, fortunatamente, a vivere quel mitico passaggio della storia. E con gli occhi del mondo puntati sul loggione centrale di San Pietro, e i miei di occhi sulla costellazione di cellulari, Tablet sospesi in aria. C'era tensione, attesa, speranza. Pioggia o non pioggia, la gente bandì subito gli ombrelli, i cappelli  e le persone troppo alte erano viste di malocchio. Poveri noi. Poi, finalmente, le urla di gioia alla vista di una luce, di un'ombra, fecero dimenticare tutto il resto. Non c'era più tempo di trovare la visuale giusta, il papa, era arrivato. 
Tutti agognanti delle sue parole, pendenti dalle sue labbra perché si aprissero nel modo più semplice e bello: "Fratelli e sorelle...(pausa)  buona sera, sapete che il dovere del Conclave era dare un papa a Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo... Ma siamo qui".  E la gente aveva immediatamente compreso che portava liete notizie. 
Dalla fine del mondo per ritrovarsene al centro, in mezzo a noi, a quelle luci, a quelle facce, umidicce e  stanche della giornata di lavoro. Ma eravamo lì. Vicini e lontani, credenti e non. In attesa dell'uomo giusto.



Articolo correlato: "Francesco: il Papa riformatore"  (di Lucia Geremia) :
 http://www.universalnews.it/public/notizie.php?not=23443

mercoledì 13 marzo 2013

Che la notte porti consigli?

La notte, amici miei, dicono porti consigli. Oppure, porta solo pensieri, tanti e troppi. Alle otto di sera hai un gran sonno, ma all'una spaccata capita che niente e nessuno, forse solo una botta contro il muro, possa farti dormire.
Perché? Semplice, perché stai pensando a tutto quello a cui non dovevi pensare proprio quando, finalmente, il tuo corpo si distende e si rilassa. E la tua mente, invece, no.
Quanto vorrei che il conteggio delle pecorelle funzionasse. Un bimbo, un giorno, mi disse che per dormire elencava tutti i giocatori della sua squadra del cuore, aveva sette anni e tifava per il Milan. 

C'è chi prima di dormire legge riviste, il giornale online con il cellulare, fa un ultimo salto su facebook per spiare qualche nuova foto. C'è chi rilegge il suo libro del cuore, c'è chi rilegge la sua storia col cuore.
Ed è questo che fa male.
Soffermarsi troppo sui propri grattacapi non so se prima di dormire faccia bene, di sicuro, rende il sonno "faticoso" come bere un goccio in più : il mal di testa non renderà il sonno sereno e leggero.

Eppure, in tanti  si "distraggono" dal quieto dormire, finendo col rivedere la propria giornata, i propri errori o anche i propri successi con un tocco di euforia in eccesso.
Quelli che il giorno prima di un esame non dormono pensando alle possibili domande a trabocchetto del professore, quelli che il giorno dopo l'esame non dormono perché l'adrenalina fa fatica ad andar giù.  Quelli come me, insomma.
Oppure, si chiudono gli occhi e la mente sprofonda in ricordi che pensava di aver rimosso o sperava fosse così, o magari si lascia che la mente vaghi, perché in un attimo tutto si fermi e prosegua nei sogni. Capita anche di entrare in quello stato di dormiveglia: come se non volessi mandar giù che quella giornata sia finita o peggio che quella dopo stia per arrivare. 

Qualcuno mi aveva detto che dopo un'intera giornata a scrivere in redazione non avrei avuto neanche la forza ne tanto meno la voglia di aprire questo PC. Ma prima di dormire mi assale come una voglia a forma di imbuto, perché ho accumulato tanto durante la giornata, e ancora oggi il mio fondo non è cosi profondo. Così, poi qualcosa trabocca e ci tengo perché quel "qualcosa" di me in più rimanga, non proprio come una macchia deforme rimasta "solo" nella mia mente, ma come una traccia di me scritta in qualche modo.
E per stavolta vi auguro semplicemente che stasera prima di assopirvi pensiate a ciò che vi fa star bene, a chi vi può far felice anche se non è lì con voi, ma lo è stato. 
Forse, così dormirete placidamente, perché nei sogni continuerete a vivere i vostri pensieri felici. E l'indomani un sorriso potrà dare alla giornata un ottimo modo con cui iniziare.