mercoledì 10 aprile 2013

A.A.A Cercasi Governo, non uno qualsiasi



Sempre più entrate e meno uscite. Sempre più pubblicità di prestiti e risparmi, ma chi può riceverli e farli veramente, sono in pochi. E in più, chiedendoci:  "Chi gestisce i tuoi risparmi, fa anche i tuoi interessi?".
Ci vogliono garanzie. Quelle che solo alcuni hanno.
Ogni giorno si aggiunge una nota stonata alla “rubrica” quotidiana dedicata alla crisi. Crolla il potere d’acquisto, la possibilità di risparmiare è quasi nulla, secondo i dati arrivati dall’Istat. In molti tirano avanti grazie anche ai risparmi accumulati negli anni e i conti luccicano, ma in rosso. 

Tenendo conto dell'inflazione, il potere di acquisto delle famiglie è sceso, infatti, del 4,8%. La caduta risulta essere la peggiore variazione annua da quando è disponibile il dato, ovvero dal 1990.  La disoccupazione in Europa ed in Italia ha raggiunto davvero livelli impressionanti. Dopo la fase finanziaria si è passati a quella economica ed ora siamo a quella sociale senza che le due precedenti siano state risolte. L'ultima fase, che speriamo non si verifichi mai, potrebbe essere una crisi istituzionale dell'Unione Europea e di qualche suo Stato membro tra cui l'Italia che in questo periodo vive una situazione molto difficile. Previsioni che fanno prospettare rivoluzioni , con tanto di periodi “bui”. 

L'Italia non può permettersi che siano vanificati i grandi sacrifici fatti, ha urgente bisogno di autorevoli vertici istituzionali, che possano agire in maniera celere per evitare che un'attesa prolungata possa nuocere alla credibilità internazionale e innescare una nuova fase di crisi dell'intera area dell'euro.

Una cosa, che agli occhi di esperti e gente comune risulta inaccettabile, è che di fronte a questa situazione l'impostazione ufficiale delle istituzioni Ue continui ad essere solo quella del rigore fiscale che, associato alle riforme strutturali, dovrebbe rilanciare, ad un anno futuro imprecisato, la crescita e l'occupazione. Non c'è dubbio che in molti Paesi (tra cui, ma non solo, l'Italia) le riforme siano necessarie ma la loro attuazione in recessione diventa molto, troppo, difficile. La Ue dovrebbe perciò favorire subito alcuni progetti selezionati tra quelli inclusi nei due grandi programmi poliennali (Connecting Europe Facility ed Europa 2020) di più rapida esecutività per rilanciare la crescita e l'occupazione, per valorizzare di più l'industria e le imprese potenziando ulteriormente la Bei (la Banca Europea per gli investimenti).

Tutto ciò richiede una pressione politica sulla Ue nella quale anche le Associazioni di imprese e sindacali dovrebbero svolgere un’azione costante sia direttamente che indirettamente attraverso il Parlamento europeo e i Governi nazionali. 

E tutto quello che gli italiani chiedono, è un Governo, ma non uno qualunque, ma uno con idee e obiettivi chiari che salvi l’Italia e gli italiani, presto. 


Dati tratti da: Sole240re, Istat 

lunedì 8 aprile 2013

Gli Italiani scappano dalla crisi

Sembra essere tornati indietro nel tempo. L'italiano medio non si trova più,  perché  fa le valigie e lascia la sua amata patria. Gli italiani scappano via dalla crisi scegliendo di nuovo l'estero. Un numero esorbitante: nel 2012 a lasciare il BelPaese sono stati, infatti, 78.941. Sono uomini, trentenni e lombardi. Un fenomeno in controtendenza se pensiamo che in passato erano soprattutto del Mezzogiorno, oggi, invece, sono per lo più lombardi, seguiti dai veneti.  Vediamo nello specifico.
Si tratta di un incremento che non si registrava dal 2008. A emigrare sono soprattutto gli uomini: 56% contro il 44% delle donne. Decidono di espatriare i giovani, e forse a causa dei livelli di disoccupazione, sono soprattutto i trentenni ad andarsene: 20.650 espatri contro i 14.785 degli under 30.
Gran parte di chi se ne va rimane in Europa. Meta preferita, la Germania, scelta da più di 10 mila persone, di cui oltre la metà giovani; a seguire, Svizzera, Gran Bretagna e Francia. 
Ma c'è anche chi decide di lasciare il vecchio continente e, seguendo le rotte delle migrazioni ottocentesche o del Secondo Dopoguerra, sceglie l'America: Argentina, Usa e Brasile i paesi più scelti.

Perché? Facile: lavoro, possibilità, speranze, sogni. Meritocrazia che qui in Italia sembra aver perso ogni significato valoriale. Maggiori possibilità di poter realizzare ciò in cui si crede, senza correre il rischio di essere sfruttato. La voglia e il tempo di sognare: oggi sembra uno spreco. Non puoi permettertelo. 
Mi torna all'orecchio una canzone di qualche anno fa: "Ci sono cose che nessuno ti dirà, ci sono cose che nessuno ha detto mai...". Oggi le cose si sanno, ma come in un piccolo paesino di provincia si fa finta di non sentire o si ha quasi compiacimento nel non ascoltare più gli altri. Anche perché fa male. 
Rimane solo un rumore in sottofondo. Valigie che partono e ritornano solo a Natale. Una lacrima per gli affetti lontani e la terra che si lascia sotto ai piedi. Tanta amarezza. Ma la certezza, per il momento, di aver fatto la scelta giusta...



*Dati forniti dall Aire (Anagrafe della popolazione italiana residente all'estero)


mercoledì 3 aprile 2013

"Stallo": è la parola del mese

Quirinale: si vota il 18 Aprile. Siti online di giornali nazionali chiedono a noi lettori: "Chi vuoi al Quirinale?". 
E si apre di seguito una sfilza di nomi, alcuni forse, improponibili, altri meno. (vedi per es. Corriere.it)
"Vota il tuo presidente", dice l'intestazione.
 La cosa, probabilmente, fa riflettere da sé. Già mesi fa ci eravamo chiesti chi votare, senza avere alternative valide, credibili, che ci dessero una boccata d'aria, un sollievo, piccolo ma tale. Ed eccoci oggi a parlare di "stallo". Eh già. Sembra che "spread" per un po' si sia messo da parte per far spazio a questa "nuova" parola...
Quindi: tanti problemi, tanti soldi, tante chiacchiere e ora ci ritroviamo a parlare di immobilismo e di "perder tempo". Ognuno a modo suo si dice dinamico, proponendo un nome, non proponendone nessuno, certo perché anche "il non fare" è già qualcosa.Vale il principo anche in politica, oggi?
Stamane ha chiuso battenti pure il ristorante al Senato e ci sono a  rischio 19 posti lavoro e lo stomaco dei nostri senatori. A volte mi chiedo con che pensiero vadano a letto la sera, pensando a cosa mettersi l'indomani o a cosa dire (o non dire ai giornalisti), ma sinceramente non ne ho la più pallida idea. Sono uomini come noi, ma sono esponenti della pubblica amministrazione, votati da noi, eletti per noi e per loro. 
Ma forse questa gerarchia oggi si è rovesciata, ma non per tutti spero. 

Il presidente Napolitano piaceva molto l'anno scorso alla mia vicina di casa, ma adesso mi ripete "che non ha fatto niente". Crozza si è "divertito" a scherzare sul dubbio di Napolitano, sui dubbi che, forse, lo hanno indotto a prendere decisioni affrettate e palesemente inadeguate. Oppure, si è trattato del "meno peggio". Come se ci fosse solo e soltanto il meno peggio (e il "meglio" deve ancora venire....).
Sarà pur vero che "Dubito ergo sum", ma se il Capo dello Stato ora non ha più neanche la certezza di esserci, siamo proprio allo sbaraglio.

Il sistema politico sembra esausto, gli elettori lo sono e in tanti ci chiediamo: chi voglio come Presidente? Siamo divisi, siamo aperti a nuove soluzioni e magari, come lo è stato per Camera e Senato, rimarremo sorpresi, in bene spero. E la parola "stallo" non sarà più di moda, ma lo saranno: "sviluppo, crescita, progresso", finalmente.






Articolo correlato: Colle: Elezioni a partire dal 18 Aprile
di Lucia Geremia





venerdì 29 marzo 2013

Francesco: Il Papa venuto al centro del mondo


Francesco: un nome, una garanzia. Non è uno slogan, è l'opinione pubblica. Che il nuovo papa stia dando buoni segni è incontrovertibile. Giornali, TV e i tanto adorati "salottini" non fanno che parlare dei suoi gesti, delle sue ultime parole, dimostrando stima e ammirazione. Sono emerse anche "cattive voci", su di un passato buio, ma le difese si sono aizzate subito contro, scaraventando le critiche al nuovo vescovo di Roma da dove erano venute, lontano. Si è parlato anche di una certa "demagogia" a mo' di un politico dei nostri giorni, con la sua dialettica, le sue "strategie", un'azione che perde di autorità, ma guadagna di facciata. In ogni caso, Papa Francesco promette bene in questi giorni: e questo è un dato di fatto.
Un' ulteriore conferma mi è stata data da un'amica che non aveva mai parlato (bene) della chiesa e  pochi giorni fa, invece, si è spesa in tanti elogi per il nuovo Papa. Mi ha stupito.
Forse perché ad oggi siamo così stanchi delle chiacchiere, delle parole anche le più belle, che solo il gesto di Non mettere quelle scarpe, ma altre, anzi le sue di sempre, sorprende. Poi ne sono arrivati altri di gesti significativi e viene da dire: "Ma è così che deve essere!". 
E se da un lato ci si congratula con la scelta del Conclave, dall'altro si nutre un certo timore. Per quell'uomo e per quello che per molti ora rappresenta.
Era ormai noto che anche l'Impero Vaticano fosse in crisi: crisi di persone e soprattutto di valori. Una chiesa amorale è meno peggio di una Chiesa immorale, laddove sbaglia e occulta con un velo impietoso lo sbaglio commesso. Oggi, sembra sia tornata la luce, per qualcuno accecante e anche questa celante di un "qualcosa", per altri è la luce della speranza. Perché alla fine, vuoi o non vuoi, ci fa bene vedere del buono nelle cose, anche se facciamo fatica a crederci.  Perchè forse, anche solo una rondine può far primavera, se le altre scelgono di seguirla.

Sono le 19.05. Il bus è fermo nel traffico, una chiamata al cellulare: "La fumata è bianca!". Non credevamo che proprio quella sera, avremmo assistito a un momento storico. Ancora adesso ho impressa l'immagine della gente (compresa io) che corre nel viale, tra le auto, tra i motorini. Il ricordo di quel momento veloce, bagnato dalla pioggia, bizzarro e straordinario l'ho accomunato a un momento "tragico" in cui la gente fugge da qualcosa, si appresta a sopravvivere, ma in questo caso, fortunatamente, a vivere quel mitico passaggio della storia. E con gli occhi del mondo puntati sul loggione centrale di San Pietro, e i miei di occhi sulla costellazione di cellulari, Tablet sospesi in aria. C'era tensione, attesa, speranza. Pioggia o non pioggia, la gente bandì subito gli ombrelli, i cappelli  e le persone troppo alte erano viste di malocchio. Poveri noi. Poi, finalmente, le urla di gioia alla vista di una luce, di un'ombra, fecero dimenticare tutto il resto. Non c'era più tempo di trovare la visuale giusta, il papa, era arrivato. 
Tutti agognanti delle sue parole, pendenti dalle sue labbra perché si aprissero nel modo più semplice e bello: "Fratelli e sorelle...(pausa)  buona sera, sapete che il dovere del Conclave era dare un papa a Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo... Ma siamo qui".  E la gente aveva immediatamente compreso che portava liete notizie. 
Dalla fine del mondo per ritrovarsene al centro, in mezzo a noi, a quelle luci, a quelle facce, umidicce e  stanche della giornata di lavoro. Ma eravamo lì. Vicini e lontani, credenti e non. In attesa dell'uomo giusto.



Articolo correlato: "Francesco: il Papa riformatore"  (di Lucia Geremia) :
 http://www.universalnews.it/public/notizie.php?not=23443

mercoledì 13 marzo 2013

Che la notte porti consigli?

La notte, amici miei, dicono porti consigli. Oppure, porta solo pensieri, tanti e troppi. Alle otto di sera hai un gran sonno, ma all'una spaccata capita che niente e nessuno, forse solo una botta contro il muro, possa farti dormire.
Perché? Semplice, perché stai pensando a tutto quello a cui non dovevi pensare proprio quando, finalmente, il tuo corpo si distende e si rilassa. E la tua mente, invece, no.
Quanto vorrei che il conteggio delle pecorelle funzionasse. Un bimbo, un giorno, mi disse che per dormire elencava tutti i giocatori della sua squadra del cuore, aveva sette anni e tifava per il Milan. 

C'è chi prima di dormire legge riviste, il giornale online con il cellulare, fa un ultimo salto su facebook per spiare qualche nuova foto. C'è chi rilegge il suo libro del cuore, c'è chi rilegge la sua storia col cuore.
Ed è questo che fa male.
Soffermarsi troppo sui propri grattacapi non so se prima di dormire faccia bene, di sicuro, rende il sonno "faticoso" come bere un goccio in più : il mal di testa non renderà il sonno sereno e leggero.

Eppure, in tanti  si "distraggono" dal quieto dormire, finendo col rivedere la propria giornata, i propri errori o anche i propri successi con un tocco di euforia in eccesso.
Quelli che il giorno prima di un esame non dormono pensando alle possibili domande a trabocchetto del professore, quelli che il giorno dopo l'esame non dormono perché l'adrenalina fa fatica ad andar giù.  Quelli come me, insomma.
Oppure, si chiudono gli occhi e la mente sprofonda in ricordi che pensava di aver rimosso o sperava fosse così, o magari si lascia che la mente vaghi, perché in un attimo tutto si fermi e prosegua nei sogni. Capita anche di entrare in quello stato di dormiveglia: come se non volessi mandar giù che quella giornata sia finita o peggio che quella dopo stia per arrivare. 

Qualcuno mi aveva detto che dopo un'intera giornata a scrivere in redazione non avrei avuto neanche la forza ne tanto meno la voglia di aprire questo PC. Ma prima di dormire mi assale come una voglia a forma di imbuto, perché ho accumulato tanto durante la giornata, e ancora oggi il mio fondo non è cosi profondo. Così, poi qualcosa trabocca e ci tengo perché quel "qualcosa" di me in più rimanga, non proprio come una macchia deforme rimasta "solo" nella mia mente, ma come una traccia di me scritta in qualche modo.
E per stavolta vi auguro semplicemente che stasera prima di assopirvi pensiate a ciò che vi fa star bene, a chi vi può far felice anche se non è lì con voi, ma lo è stato. 
Forse, così dormirete placidamente, perché nei sogni continuerete a vivere i vostri pensieri felici. E l'indomani un sorriso potrà dare alla giornata un ottimo modo con cui iniziare.

giovedì 7 marzo 2013

Quel momento in cui tutto sembra fermo e parte la stessa pellicola: la tua vita


Da piccola amavo le scale mobili, divertendomi a salire e scendere per quella "giostra", senza curarmi del fatto che cadendo avrei perso quasi un piede... Oggi, anche quando penso di avere fretta, adoro le scale mobili in salita e in discesa, ma non solo perché la pigrizia vince sempre contro di me, ma anche perché ritrovo me stessa in quel tempo lento che mi divide da ciò che lascio alle spalle e quello che intravedo di fronte, vicino e lontano, divisa tra la voglia di accorrere all'arrivo o lasciarsi trascinare...

Oggi, giorno di saluti, una scala mobile mi ha diviso dalla persona che stavo salutando. Piano piano, quella "odiosa" scala mi portava via, mi allontanava sempre di più, non potevo fare un passo oltre, ma non resistevo un altro attimo ferma, immobile. 

Poi, mentre aspetti, si attiva quella "famosa" pellicola: famosa, perché la trama è sempre la tua vita, proiettata dinanzi ai tuoi occhi, in un momento volante, quello stupido momento in cui aspetti alla fermata, stai seduta sul bus, sul sedile di un treno, con il tuo riflesso immerso nel finestrino, nel paesaggio retrostante. Niente libro, scegli di leggere la tua di storia e per una volta, di ascoltarti.

"Il viaggio sull'autobus non mi dispiace", l'ho sentito spesso. A me neanche, proprio per questo motivo. Forse ne avevamo già parlato di quegli splendidi momenti in cui ti senti con un piede qua e un altro lì, chiedendoti fino a che punto una delle due sponde tratterrà il tuo peso. Fino a quando, la tua testa impegnata quotidianamente in rocamboleschi pensieri, sopporterà questa matassa. 
Eh sì. Perché una matassa si crea con dei fili, come dice un film comico e non, anche con i fili della ragione che pensiamo di avere e che col tempo si allungano, si attorcigliano e finiscono per creare quella brutta matassa. Alla fine, però, per scioglierla basterebbe un attimo: basterebbe metterla via. 

Una matassa è quella del pomeriggio, in cui ti viene quel brutto mal di testa, perché non sai cosa fare prima. La matassa è quel fastidioso mal di stomaco, perché l'ansia, il nervosismo brucia e divora dentro. 
Malgrado tutto, queste possono essere piccole matasse. All'inizio.
Poi ci sono matasse ingombranti, che non stanno solo sotto i letti, ma ingombrano intere case. 
Pensi che non ci siano, ma sei tu ad evitarle. Sono i fili che ti legano alle persone con cui hai chiuso male un conto, con cui hai sbagliato tono, parole e modo di fare. Ed eccoli lì: i fili della discordia.

E così oggi, aspettando che la scala mobile arrivasse giù, che il mezzo di trasporto pubblico giungesse, mi sono interrogata. Sulla mia "partenza" e sul mio arrivo. Perché nella corsa, come sappiamo, la partenza è fondamentale se vuoi arrivare, se vuoi vincere e raggiungere il tuo premio, ma non tanto quello che vorrebbero tutti. 
Poi la mente è volata, è scivolata sulle "matasse", sui fili della zizzania che rovina amicizie e famiglie, che rovina persone e indurisce i cuori. L'uomo è fatto dalle sue relazioni, prende forma dal suo essere con gli altri, dal suo voler essere altro, per trovare conciliazione con se stesso, insieme agli altri. Ma non è per niente facile, anzi, davvero il tutto rischia di assumere le condizioni di un ammasso di filo avvolto in maniera intricata. 

Uno squillo: il mio cellulare. Torno su questo mondo chiedendomi come sia riuscita ad arrivare a questo ragionamento ed in cerca di una morale ho trovato la risposta in un proverbio:
"Trovare il bandolo della matassa",  ovvero ripartire dal punto di partenza per risolvere una situazione difficile.
Ma non sempre "risolvere" è sinonimo di ripartire. Forse, significa continuare col senno di poi, consapevoli del fatto che se non c'è una brusca deviazione, il bus arriva.
Altrimenti, inizia a correre: sei già in ritardo...!



Lucia G.

Una "spirale di pensieri e parole" avvinghiate in questo breve resoconto...

venerdì 1 marzo 2013

Un cattiva parola come "una spada nella roccia"

Per comunicare bene bisogna ascoltare e riflettere sulle conseguenze che le nostre parole possono avere.
Ma quante volte noi compiamo queste due azioni?

Molte persone sanno, e l’hanno provato sulla loro pelle, di quanto le parole possano far bene o far male. Mi sono chiesta perché la gente riesce a offendere con delle "semplici" parole, anche se queste sono dette da una persona per te poco importante. 

Certe parole, si dice, possono ferire dentro e fuori. Quando una discussione diventa scontro verbale, non si tratta più solo di una violenza psicologica, ma anche di una violenza fisica. Non per un dolore "vero" del corpo, ma per la volontà di colpire o annientare il pensiero dell'altro.

Una parola può far male o perché detta da una persona a te cara, di cui hai stima, o da una persona quasi estranea che però colpisce là dove sei più fragile, la dove la tua sensibilità ti fa vacillare.
Il dolore per uno schiaffo passa, ma il motivo, l'offesa legata a quel gesto, rimane per molto più tempo. Un diverbio nasce solitamente da una parola detta male o dal tono con cui la si dice, ma in realtà soffriamo solo se lo vogliamo noi, se lasciamo che quella parola diventi veramente un'offesa.
Qualcuno lascerebbe scorrere, a maggior ragione se la persona che si è pronunciata non è una persona vicina, rivelandosi ai suoi occhi ancora più piccola e gretta. Ma per qualcun altro, no.
No, perché mette in discussione il nostro Ego. Una persona abituata agli scontri verbali dovrebbe ormai essere a prova di "bombe”, che valuta bene cosa dire, scarta mentalmente cosa è stato detto a suo piacimento e lavora costantemente sulle sue emozioni. Sarebbe importante, un esercizio psicologico, allenarsi affinché la nostra autostima non ne risenta, ogni qual volta che una parola sia detta con cattiveria.

In effetti, bisognerebbe ammorbidire l’Ego, far sì che non sia sempre la fonte delle decisioni, in modo da catalizzare le pulsioni egoiche. A tal proposito, vale quel che affermava Einstein: il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura egli sia riuscito a liberarsi dall’Ego, divenendo un Io adulto e consapevole. E' un duro lavoro, soprattutto per persone il cui l'orgoglio ne sovrasta l'Essere, ma anche per persone sensibili, o magari permalose o irascibili...
Anche chi ha una dura corazza, però, ha una falla e chi ci conosce bene, sa dove colpire. E così, una parola può unire e creare dei buoni rapporti tra le persone o spezzarne definitivamente i legami. 

Un proverbio arabo ci aiuta a migliorare i rapporti con gli altri evitando un cattivo uso delle parole: ogni parola, prima di essere pronunciata dovrebbe passare da tre porte. Sull'arco della prima porta dovrebbe star scritto: "È vera?". Sulla seconda, campeggiare la domanda: “È necessaria?". Sulla terza, l'ultima richiesta: " È gentile?". Una parola giusta può superare le tre barriere e raggiungere il destinatario con il suo significato piccolo o grande. 

Oggi, fuori e dentro casa, si sprecano tante, troppe parole inutili. E allora occorrerebbero cento porte, molte delle quali rimarrebbero sicuramente chiuse.
Eppure, almeno una delle porte sarebbe quanto meno da bussare e chiedersi, di tanto in tanto, se quello che diciamo è veramente ciò che pensiamo e se finirebbe per ferire qualcuno, nel contesto in cui lo diciamo. Un'ottima riflessione per comunicare bene nell'ascolto di sé e dell'altro.
Ma non sempre ci interessa sapere cosa pensa l'altro o cosa potrà pensare, a volte, è solo una forma di presunzione o magari di autodifesa.
Così si ripetono sempre le stesse cose, come lasciar disperdere parole nella palude della memoria, lasciarle trascinare da un istinto di rabbia o bloccarle, perché rimaste confuse nella mente.
Non è impossibile ma ogni tanto dovremmo cercare il nostro riflesso nell'altro per capire e per capirCi. 

E allora, forse, un'azione, un pensiero, prenderebbero forma, senza diventare necessariamente un peso, una gabbia, una spada che, come dice la leggenda, affonderebbe nella roccia e difficilmente qualcuno riuscirebbe a tirarla fuori.


Lucia G.

baseil potere delle parole

Una parola incauta può far divampare un conflitto.
Una parola crudele può devastare una vita.
Una parola amara può instillare odio.
Una parola brutale può ferire e uccidere.
Una parola cortese può aprire molte porte.
Una parola gioiosa può illuminare una giornata.
Una parola tempestiva può ridurre l'ansia.
Una parola dolce può curare il corpo e l'anima.

Anonimo.

(dal libro "Le parole che valgono" di Hal Urban)
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il potere delle parole

Una parola incauta può far divampare un conflitto.
Una parola crudele può devastare una vita.
Una parola amara può instillare odio.
Una parola brutale può ferire e uccidere.
Una parola cortese può aprire molte porte.
Una parola gioiosa può illuminare una giornata.
Una parola tempestiva può ridurre l'ansia.
Una parola dolce può curare il corpo e l'anima.

Anonimo.

(dal libro "Le parole che valgono" di Hal Urban)
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il potere delle parole

Una parola incauta può far divampare un conflitto.
Una parola crudele può devastare una vita.
Una parola amara può instillare odio.
Una parola brutale può ferire e uccidere.
Una parola cortese può aprire molte porte.
Una parola gioiosa può illuminare una giornata.
Una parola tempestiva può ridurre l'ansia.
Una parola dolce può curare il corpo e l'anima.

Anonimo.

(dal libro "Le parole che valgono" di Hal Urban)
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il potere delle parole

Una parola incauta può far divampare un conflitto.
Una parola crudele può devastare una vita.
Una parola amara può instillare odio.
Una parola brutale può ferire e uccidere.
Una parola cortese può aprire molte porte.
Una parola gioiosa può illuminare una giornata.
Una parola tempestiva può ridurre l'ansia.
Una parola dolce può curare il corpo e l'anima.

Anonimo.

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il potere delle parole

Una parola incauta può far divampare un conflitto.
Una parola crudele può devastare una vita.
Una parola amara può instillare odio.
Una parola brutale può ferire e uccidere.
Una parola cortese può aprire molte porte.
Una parola gioiosa può illuminare una giornata.
Una parola tempestiva può ridurre l'ansia.
Una parola dolce può curare il corpo e l'anima.

Anonimo.

(dal libro "Le parole che valgono" di Hal Urban)
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